Sudan

Argomento: Sudan
La guerra civile in Sudan è in corso ormai da 20 anni, e vede opporsi il governo settentrionale di Karthoum ed i ribelli del Sudan People's Liberation Army (SPLA), che rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali del paese.

Il conflitto, oltre a questioni economiche e territoriali, è determinato anche da profonde differenze etniche, sociali e religiose esistenti tra il Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale: occorre però tenere presente che anche molti sudanesi del Sud sono musulmani e si oppongono comunque al governo centrale.

Tale contrapposizione aveva già condotto le parti a combattersi in un primo conflitto che insanguinò il sud Sudan dal 1955 al 1972, poco prima che il paese raggiungesse l'indipendenza dall'Inghilterra. Nove anni dopo, nel 1983, si scatena un secondo conflitto quando l’allora presidente Gaafar Mohamed Nimeiri decide di estendere la Sharia (la legge islamica che funge anche da codice penale) anche alle popolazioni cristiane del Sud.

Il conflitto, concentratosi quasi esclusivamente nel sud del paese, colpisce in particolar modo la popolazione civile, tra cui si registrano gran parte degli oltre due milioni di vittime; inoltre, in centinaia di migliaia perdono la vita a causa delle carestie e delle epidemie connesse con la guerra, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi locali o dei paesi confinanti (Uganda e Kenya in particolare).

Governo e ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani; per vent'anni l'aviazione ha bombardato incessantemente i villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le stragi di civili sono state quasi quotidiane, come testimonia l'enorme numero di fosse comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate al Nord come schiavi.

Le enormi ricchezze del Sud fra cui, oltre al petrolio, anche acqua, terreni coltivabili, bestiame, minerali, che non si trovano nel Nord principalmente desertico, rappresentano da sempre un fortissimo richiamo per la classe dirigente ed i grandi amministratori e proprietari terrieri ad essa legati. Nel 1989 diviene presidente, dopo un colpo di stato militare, Omar Hassan al- Bashir, confermato alle elezioni del 2000. Ad aggravare la situazione si aggiunge l'intervento di influenti multinazionali petrolifere straniere, che hanno fomentato la campagna della guerra di Khartoum per tentare di conquistare quante più "aree produttive" a sud. 


Centinaia di migliaia di civili sono così scacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di osservatori indipendenti, le multinazionali non esitano a scatenare i propri eserciti privati sulla popolazione. 

Nel 2004 si aprono in Kenya i colloqui di pace che, fra alterni e discontinui risultati, portano ad un cessate-il-fuoco che dovrebbe preludere ad una pace definitiva: il sud del paese dovrebbe raggiungere una larga autonomia da Khartoum, insieme all'autodeterminazione ed all'utilizzo di una consistente percentuale delle risorse naturali locali. La pace sembrerebbe vicina, nonostante la tregua subisca numerose violazioni, ma si attende il responso della più volte rimandata "questione petrolifera", che negli ultimi anni ha costituito il vero motivo della guerra. L'accordo prevede una divisione in parti uguali delle ricchezze petrolifere fra Nord e Sud.

Nel gennaio 2005 il governo sudanese firma a Nairobi un accordo di pace con i ribelli del Movimento per la liberazione del popolo sudanese (Splm). L'accordo, che dovrebbe porre fine a oltre 20 anni di guerra civile, prevede un periodo di transizione di sei anni e mezzo con un governo di unità nazionale. Dopo questo periodo, le popolazioni del sud potranno convocare un referendum per ottenere l'indipendenza.

Nel frattempo nuovi timori sorgono per le crescenti violenze nella provincia del Darfur, regione desertica situata nel nord-ovest del paese, ed abitata per lo più da tribù islamico-animiste nomadi. La regione del Darfur è situata nell'estremo ovest del Sudan e confina con Libia e Ciad. Si estende su una superficie paragonabile a quella della Francia, divisa in tre Stati, Settentrionale, Meridionale e Occidentale, mentre la sua popolazione è vicina ai 6.000.000 d'abitanti, suddivisi in una cinquantina di differenti comunità tribali, spesso con una propria lingua che va ad affiancare quella ufficiale araba. Le principali fonti di reddito sono l'agricoltura e la pastorizia.

Il conflitto che sconvolge la regione è cominciato nel febbraio 2003, quando 3 gruppi a base etnica africana hanno preso le armi contro il Governo di Khartoum, costituendo 2 diverse formazioni ribelli: il Sudan Liberation Movement/Army (Sla) e il Justice and Equality Movement (Jem). Obiettivo dei ribelli è contrapporsi agli attacchi contro i villaggi africani delle milizie nomadi di origine araba, i Janjaweed, bande di cammellieri probabilmente armate dal Governo centrale. Ne nesce una guerra civile che ha prodotto la più grave crisi umanitaria dal 1998, caratterizzata da gravissime violazioni dei diritti umani, da violenze sui civili e dalla distruzione di interi villaggi d'etnia africana.

Nell' ottobre del 2005 l 'intensificarsi degli scontri armati nella regione spinge l'Onu ad evacuare una parte del personale di stanza nel settore occidentale, mentre il resto della regione è ormai terreno delle incursioni armate delle milizie arabe filo governative (Janjaweed), dei due gruppi ribelli (Sla e Jem) e di bande di predoni. Si calcola che dal 2003 al 2006 il conflitto abbia provocato oltre 300mila morti e 2 milioni e mezzo tra sfollati e profughi, di cui circa 200mila rifugiati in Ciad.

In una nuova risoluzione, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu invita ancora una volta tutte le parti in causa a rispettare il cessate il fuoco stabilito nel 2004, evidenziando come il governo di Khartoum non avesse compiuto ancora nessuno sforzo apprezzabile per disarmare le milizie Janjaweed, colpevoli di reiterate violenze sulla popolazione.

Nel marzo del 2006 i rappresentanti di Unione Europea, Onu, Unione Africana, Usa e del governo sudanese si riuniscono per discutere della situazione in Sudan e specialmente nella regione del Darfur .

Solana lancia la proposta di una 'road map' : "Un piano d' azione con scadenze e obiettivi precisi per il processo di pace, 1 'Unione Europea sarà al fianco del presidente Konarè nella stesura di questa road map".

L’Unione Africana sta cercando nuove truppe in Africa da utilizzare in Darfur. Inoltre chiede supporto logistico per rafforzare trasporti e comunicazioni.

Apha Oumar Konare a capo dell’Unione Africana, però, ha specificato che non dovranno arrivare soldati dall’Onu finchè il governo sudanese non sarà d’accordo. Attualmente, infatti, l’arrivo dei caschi blu potrebbe essere visto dal governo di Omar Hassan Al-Bashir come un’invasione.

In settembre, un rappresentante del governo, dopo averne richiesto in un primo momento il ritiro, annuncia che sarà permesso alle truppe dell’Unione Africana (circa 7.000 uomini) di restare nel Darfur oltre il 30 settembre, data di scadenza del mandato, data la labilità della tregua in atto, il proliferare di nuove azioni belliche e le uccisioni di operatori di ong internazionali. E’ possibile una ripresa della guerra civile tra nord e sud durata 20 anni, costata la vita a 2 milioni di persone e conclusasi solo con gli accordi di pace del gennaio 2005.

In dicembre tre giorni di scontri e almeno 300 morti rappresentano il bilancio dei combattimenti scoppiati a Malakal tra gli uomini del Spla, l’ex-gruppo ribelle che controlla la parte meridionale del Paese, e le milizie armate sostenute da Khartoum durante il conflitto. Utilizzate contro il Spla in una sorta di guerra per procura, le milizie sono poi cadute nel dimenticatoio all’indomani della firma degli accordi. I quali prevedevano il loro disarmo e il reintegro nella società civile dei combattenti, impegni però mai rispettati. Il disarmo delle milizie non è l’unica questione da risolvere nella nuova querelle tra nord e sud: più volte infatti, nei mesi scorsi, il Spla aveva denunciato la lentezza di Khartoum nell’applicare gli accordi di pace, che prevedono tra le altre cose la spartizione dei proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero. A fine dicembre il presidente al-Bashir accetta "in principio" la proposta Onu per la creazione di una forza di pace mista nella regione darfurina. In sostanza, il Sudan accetterebbe di trasformare l’attuale forza di pace in Darfur (i 7 mila uomini dell’Unione Africana) in una missione di peacekeeping ibrida, gestita.

Per informazioni: www.campagnasudan.it

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