Kurdistan

Argomento: Curdi

L'area abitata dai Curdi

I curdi sono un gruppo etnico e linguistico che vive prevalentemente sulle montagne del Tauro, nell'est dell'Anatolia, nelle regioni di Zagros e Khorasan (Iran) e nel nord dell'Iraq. Se si considerano anche le comunità presenti in Armenia, Georgia, Kazakistan, Libano e Siria, la popolazione curda supera i quindici milioni di persone. Si tratta di un'area vasta circa 450.000 kmq, la maggior parte della quale è situata all'interno dei confini turchi per un'area di circa 230.000kmq (30% del territorio turco).

Benché occupino la stessa regione geografica da molto tempo, i curdi non hanno mai ottenuto lo statuto di stato nazionale: dopo lo scioglimento dell’impero ottomano, il territorio abitato dai curdi viene smembrato tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Il trattato di Sèvres, sottoscritto nel 1920, che concedeva l'autonomia al Kurdistan, non fu mai ratificato, e da allora essi combattono per il riconoscimento del loro diritto all'autodeterminazione. Oltre ad opporsi ai governi centrali, le rappresentanze curde nei vari stati si affrontano spesso tra loro in sanguinose lotte di potere, che complicano ulteriormente la situazione politica ed inaspriscono le già difficili condizioni di vita della popolazione.

In Turchia la lotta si intensifica nel 1974, quando i curdi turchi si organizzano nel Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK). L'esercito di Ankara, appoggiato dall'Occidente, intraprende un vero e proprio genocidio teso alla eliminazione culturale e fisica del popolo curdo. L’opposizione curda al potere di Ankara è sempre stata un tema centrale della politica turca, ma agli inizi degli anni Ottanta il conflitto diventa una vera e proprio guerra : mentre il governo turco riceve armi soprattutto dagli Stati Uniti ma anche da Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna e Israele, i guerriglieri curdi ricevono armamenti e addestramento da Iran, Siria, Armenia.

In vent’anni di conflitto, perdono la vita circa 40mila persone e i profughi sono centinaia di migliaia. Il fronte armato dell’indipendentismo curdo è guidato dal Pkk e dal suo leader carismatico Abdullah Ocalan. Quest’ultimo, in fuga in Europa prima e in Africa poi, viene catturato nel 1999. L'arresto di Ocalan manda in crisi l’organizzazione indipendentista che decide lo scioglimento. Il Partito Curdo dei Lavoratori  lascia il posto al Congresso per la Libertà e la Democrazia del Kurdistan (Kadek), al quale sono state affiancate, per solo scopo difensivo, le Unità di Difesa del Popolo. Contestualmente, dal carcere dove sconta l’ergastolo, Ocalan lancia appelli al dialogo e alla fine della lotta armata e il movimento indipendentista curdo proclama, nell’aprile 2002, una tregua unilaterale. Sembra aprirsi una stagione di dialogo, aiutata anche dalle riforme, seppur minime, che il governo turco concede per soddisfare le pressioni dell’Unione europea (nella quale la Turchia ambisce a entrare) e nel novembre 2003 il movimento indipendentista curdo rinuncia al separatismo, ma per ragioni di auto-difesa non scioglie il suo braccio armato. Le concessioni per il riconoscimento dell’identità curda sembrano dare i loro frutti, ma nel 2004 fa la sua comparsa un gruppo chiamato Kongra Gel, che rivendica l'eredità politica e militare del Pkk, senza riprendere ufficialmente la lotta armata. La situazione nelle province a maggioranza curda, quelle dell’Anatolia sudorientale, comincia a peggiorare e alcuni gruppi, che ormai si muovono in modo indipendente, compiono azioni offensive, mentre l’esercito turco riprende a utilizzare la violenza contro le popolazioni civili. Il 1 giugno del 2004, con un comunicato, il ricostituito Pkk annuncia la ripresa delle ostilità. In meno di due anni, tra attentati e rappresaglie militari, sono almeno 150 le vittime degli scontri tra guerriglieri e militari turchi.

Il conflitto in Kurdistan turco non lascia indifferenti i paesi confinanti. In particolare, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno è diventato un punto di riferimento per tutte le comunità curde, avendo praticamente ottenuto l’autogoverno oltre ad aver eletto un curdo come presidente dell’Iraq. La Turchia più volte minaccia d’invadere militarmente il nord dell’Iraq, dove i curdi sono la maggioranza.

In Iraq i curdi sono rappresentati principalmente da Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK): dal 1961 questi due partiti combattono il regime di Saddam Hussein, che contro i villaggi curdi dell'Iraq settentrionale ha usato anche armi chimiche, causando 100mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi. Dal 1991, con l'imposizione americana della "No Fly Zone" sul nord dell'Iraq, la situazione è migliorata, e nell'area curda "liberata" i due partiti hanno cercato di governare e ricostruire, non senza difficoltà e conflitti intestini. Durante la Seconda Guerra del Golfo (2003), i curdi iracheni hanno collaborato con le forze statunitensi, ricoprendo un ruolo importante nella cattura di Saddam Hussein.

Gli avvenimenti del 2005 rappresentano una svolta fondamentale per la storia del popolo curdo. Vistasi finalmente riconoscere la propria posizione di seconda nazionalità del paese, i Curdi si trovano a ricoprire un ruolo di primaria importanza nella formazione del nuovo Iraq che sta sorgendo sulle ceneri del regime di Saddam Hussein. Dopo aver subito decenni di repressione ed esclusione dalla vita politica da parte della dittatura baathista, questa fiera etnia, che costituisce quasi un quarto della popolazione irachena, ha accolto con gioia l’invasione americana.

Alle storiche elezioni del gennaio 2005 per la formazione della nuova Assemblea Nazionale, i risultati del voto vedono l’Alleanza per il Kurdistan, la lista che unisce i due maggiori partiti curdi, giungere seconda alle spalle della sciita Alleanza Irachena Unita, che con 140 seggi ottiene la maggioranza dei 275 membri dell’assemblea costituente.

Con i suoi 75 seggi la compagine curda si è venuta così a trovare nella posizione di poter esercitare un decisivo peso politico nel corso delle discussioni sul futuro assetto istituzionale dell’Iraq.

Il curdo Jalal Talabani sale alla presidenza dell’Iraq, mentre lo sciita Adel Abdul-Mahdi, membro del partito pro-iraniano SCIRI ed ex-ministro delle finanze del governo provvisorio, ed il sunnita Ghazi Al-Yawer, potente sheikh tribale ed ex-presidente ad interim, divengono vice-presidenti.

Un simile ordinamento sembra rispondere perfettamente alla duplice esigenza di Washington di prevenire l’eventuale presa del potere in Iraq da parte di una maggioranza sciita vicina politicamente agli islamisti di Tehran e di premiare, dotandoli di un maggiore potere contrattuale all’interno del nuovo stato iracheno, i suoi alleati più fidati, i curdi. Inoltre, rendendo più appetibile la loro partecipazione al governo dell’Iraq, gli Stati Uniti contano di temperare le non nascoste velleità secessionistiche dei leaders curdi, che rischiano di far piombare il paese nella guerra civile.

I curdi, dopo aver goduto per dodici anni di una virtuale autonomia da Baghdad, protetta dalla no-fly zone anglo-americana, non hanno mai rinunciato al sogno di un Kurdistan indipendente. Fino ad ora però, gli interessi curdi sembrano coincidere con quelli americani, poichè entrambi i partiti curdi si rendono conto realisticamente di avere tutto da perdere in caso la loro alleanza strategica con gli Usa venisse a concludersi in un momento come questo in cui la situazione irachena rimane instabile e precaria.

Talabani, leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), ha assunto una carica fondamentalmente simbolica e cerimoniale, ma che d’altra parte, per il potere di veto di cui dispone, rappresenta la più efficace garanzia degli accordi su cui si regge l’ancora fragile coalizione tra sciiti e curdi su cui si basa il nuovo assetto istituzionale dell’Iraq.

In realtà, la nomina del vecchio leader guerrigliero si deve anche ad una serie di negoziati inter-curdi finalizzati alla spartizione del potere e delle risorse economiche tra i due storici partiti curdi, l’UPK e il Partito democratico del Kurdistan (PDK) di Masoud Barzani. A quest’ultimo è andato il controllo diretto delle tre province curde, a Talabani il soglio più alto della repubblica irachena.

La questione curda costituisce una delle " top priorities" dell’amministrazione Bush per cercare di superare il rebus iracheno e per trovare un nuovo equilibrio politico in Medio Oriente. Il Kurdistan iracheno è lontano dallo stato di guerra civile che de facto intercorre tra sciiti e sunniti nel sud del Paese. Al riguardo è interessante sottolineare come il presidente regionale, Massoud Balzani, abbia recentemente ordinato di sostituire le bandiere irachene con quelle curde, in linea con la politica dei piccoli passi che le autorità locali stanno attuando al fine di stabilire uno stato autonomo. Nel nord dell’Iraq, al momento, esistono infatti scuole curde, canali televisivi, compagnie telefoniche nonché un governo regionale curdo molto ben articolato. Le elezioni per il nuovo parlamento regionale, a seguito dell’accordo del gennaio 2006 per un governo unificato curdo nel nord dell’Iraq, sono inoltre previste per la fine del 2007. La richiesta di includere Kirkuk costituisce, ancora oggi, una delle principali richieste dello stabile esecutivo curdo. Per quanto concerne la gestione delle risorse petrolifere, le Autorità curde sembrano aver approfittato di una zona d’ombra nella confusa costituzione irachena la quale asserisce che il petrolio ed il gas appartengono all’intero paese mentre i governi regionali e le Autorità federali sono "responsabili" per la gestione degli introiti derivanti dalle attività di estrazione petrolifera. Tali revenues debbono essere suddivise proporzionalmente, secondo la popolazione residente in ogni provincia tra il governo federale e la regione in questione.

Nel breve/medio termine sembra piuttosto difficile immaginare la creazione di uno stato curdo indipendente, tuttavia tale prospettiva riecheggia negli ambienti politici ed economici locali. Uno stato curdo indipendente e sovrano si troverebbe circondato da Paesi ostili su tutti i suoi confini. Proprio questo motivo funge da freno alle stesse aspirazione del popolo curdo che, anche nel 2007, continua a lavorare per diventare un oasi economica indipendente. Paradossalmente, le Autorità curde preferirebbero vedere la Turchia nell’Unione Europea. La UE, infatti, tenderebbe a limitare in maniera stringente le opzioni ostili della Turchia contro le Autorità curde. L’allontanamento che si registra tra Ankara e Bruxelles lascerebbe, a contrario, una certa "main libre" della forte Turchia sul Kurdistan, quantomeno chiudendo i confini turco-iracheni (curdi) e frustrando lo sviluppo economico curdo, fiore all’occhiello dell’azione politica del Governo regionale.

Allo stato dei fatti, i curdi si trovano di fronte ad una scelta difficile e decisiva. Possono puntare all’agognata realizzazione del sogno di un Kurdistan indipendente e sovrano con Kirkuk capitale, condannando l’Iraq alla guerra civile o, addirittura, rischiando un attacco preventivo della Turchia, che più di tutto teme che la creazione di uno stato curdo dotato del potere derivante dalle risorse petrolifere di Kirkuk vada a ridestare le mai sopite aspirazioni scissionistiche dei suoi 11 milioni di cittadini di etnia curda.

Altrimenti, possono optare per rimanere all’interno di un Iraq democratico e multi-etnico in cui possano conservare la propria autonomia grazie ad uno statuto federale che ne garantisca e protegga identità e diritti civili.

In Iran, i curdi dell'Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) combattono contro il regime di Teheran dal 1972, in una guerra che ha causato fino ad oggi circa 17mila morti. I curdi sono circa 6 milioni, musulmani in maggioranza sunniti

Il crollo del potere imperiale, con la rivoluzione Komeinista (1979), e la crisi che ne è seguita prima della stabilizzazione del regime islamico hanno spinto i curdi iraniani riuniti attorno PDKI (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) ad una ribellione con l'intento di ottenere l'autonomia (non l'indipendenza).

Come è ovvio il potere sciita ha rifiutato ogni richiesta in tal senso ed ha dato il via ad una dura repressione. Questa guerra ha causato in due anni circa 10.000 morti.

L'obiettivo dei dirigenti curdi iraniani è convincere i paesi europei a far pressioni sul potere iraniano affinchè ponga fine allo stato d'assedio (che vede la presenza di 150.000 militari) che soffoca il Kurdistan iraniano.

E molto probabile, ed auspicato da molti, che una stabilizzazione della situazione in Iraq possa portare anche ad un miglioramento delle condizioni curde in Iran ed in Turchia, il paese nel quale la lotta tra esercito e militanti delle diverse fazioni curde è più duratura e cruenta.

Aggiornamenti:

Il Kurdistan: storia di un malinteso italiano (ed europeo)
da Limes (22/03/2012)

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