Myanmar (ex Birmania)

Argomento: Myanmar

La Birmania, ex colonia britannica, ottenne l’indipendenza nel 1948 e dalla costituzione dell’Unione Federale Birmana, nel 1989, prese il nome di Myanmar.



 Nel 1962 un’insurrezione destituì il debole governo democratico portando al potere Ne Win che rimase a capo di una dittatura militare fino al 1988, quando, in occasione di una rivolta popolare prese il potere una nuova giunta militare che assunse il nome di Consiglio per il Ripristino dell'Ordine e della Legge dello Stato (SLORC) dando il via a una durissima repressione, attuata per mezzo di torture, esecuzioni sommarie e arresti di massa contro gli attivisti politici. Nel 1990 vennero indette libere elezioni per la formazione di un'Assemblea costituente, ma la schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) indusse i militari a invalidarle e a mettere fuori legge i partiti e i movimenti d'opposizione. Tutti i dirigenti della LND furono arrestati e l’anno successivo anche la leader della Lega Aung San Suu Kyi, fu arrestata e costretta agli arresti domiciliari. Per la sua strenua lotta contro il regime militare di Yangon (ex Rangoon), San Suu Kyi ottenne, proprio nel 1991, il premio Nobel per la pace. 

Nel 1997, in seguito a continue pressioni internazionali, la giunta militare si vide costretta a un rimpasto politico allo scopo di inscenare un cambiamento democratico. L’unico obiettivo era quello di fare cessare le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti in seguito alle accuse di violazione dei diritti umani. Suu Kyi, liberata nel 1995, venne nuovamente costretta agli arrestati domiciliari nel 2000, poi liberata nel 2002 e rimessa agli arresti domiciliari nel 2003, dopo essere stata catturata in occasione di un agguato nel quale furono uccisi quasi 70 dei suoi sostenitori. Sempre nel 2003, in seguito ad un nuovo rimpasto, il generale Khin Nyut assunse il potere e annunciò di voler portare il paese verso la democrazia attraverso una road map. Egli convocò pertanto la Convenzione Nazionale per dare una nuova Costituzione al paese. Nel maggio del 2004 il partito democratico di opposizione (LDN) annunciò però di non voler prendere parte ai lavori dell’assemblea. 
La situazione politica si inasprì ulteriormente quando, il 19 ottobre 2004, il generale Than Shwe, uomo forte del Myanmar e Presidente del Consiglio di Stato per la Pace e la Democrazia, fece sì che il Primo Ministro Khin Nyunt, che era l’esponente di una politica di compromesso con l’LND, lasciasse il proprio incarico "per motivi di salute" e venisse sostituito dal generale Soe Win.
Il paese continua ad essere sconvolto da conflitti interni che durano ormai da 50 anni: il governo combatte i movimenti indipendentisti delle etnie minoritarie Karen, Shan e Wa commettendo genocidi e deportazioni di massa. La posta in palio è il controllo dei territori al confine con la Thailandia, ricchi di piantagioni d'oppio, e il controllo del narcotraffico. Solo dal 1996, quando la lotta si è intensificata, si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in Thailandia e Bangladesh. Drammatico il problema delle mine anti-uomo disseminate nelle zone di conflitto. E’ soprattutto la minoranza Karen a subire gli attacchi più violenti: uno degli ultimi episodi risale al gennaio 2005 quando un villaggio di Karen al confine con la Thailandia è stato bombardato dai militari del Myanmar. Il governo birmano accusa la Thailandia di appoggiare i gruppi indipendentisti, mentre la Thailandia rimprovera i birmani di essere responsabili del traffico di droga verso il proprio territorio. Altra zona di forte tensione sono le regioni di confine con Laos e Cina anch’esse ricche di piantagioni di oppio e crocevia del narcotraffico internazionale.

Sono circa 1.100 i prigionieri politici del regime di Yangon. Il perpetrarsi delle detenzioni a sfondo ideologico-politico va contro lo spirito della road map sottoscritta nel 2003 dalla giunta militare.

L’ondata di proteste scatenatasi tra agosto e settembre 2007 ha messo in luce uno scontento sociale profondo che trascende l’episodio del raddoppio del prezzo dei carburanti da parte del regime. 
Tra le centinaia di persone che sono scese a manifestare in varie località del paese, compresa la capitale, un ruolo importante hanno avuto i monaci buddisti con la cattura e tenuta in ostaggio di venti esponenti delle forze di sicurezza.
Tale crisi sociale e politica appare la più grave dal 1988 ad oggi. Contrariamente a quanto solitamente è accaduto in passato, l’eco delle proteste e del loro duro soffocamento ha raggiunto le capitali di tutto il mondo, le quali sembrano prestare, negli ultimi tempi, maggiore attenzione alle vicende di uno stato solitamente abbandonato nel suo isolamento dalla comunità internazionale.  

Nel 2008 si ratifica la costituzione di cui lo stato era privo sin dal 1988. In maggio il nuovo testo viene sottoposto a referendum nazionale, in rispetto alla road map in 7 punti annunciata nel 2003. Il risultato è largamente a favore del governo (92,4%) che, nonostante il disastro causato dal ciclone Nargis, non ha interrotto il referendum.

Il ciclone provoca danni incalcolabili e un numero imprecisato di vittime (presumibilmente oltre le 100.000) ma la giunta militare rifiuta gli aiuti internazionali, negando sostegni a gran parte della popolazione e causando un vero e proprio genocidio. Solo le forti pressione dell'Onu e dell'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) hanno portato ad una parziale apertura, purtroppo tarda, e comunque macchiata dalle deportazioni forzate da parte del governo nei confronti dei profughi del disastro, costretti a tornare nei villaggi distrutti, in balia di epidemie e brutalità da parte dell'esercito.

La LND viene esclusa dal referendum e viene negata a Aung San Suu Kyi la possibilità di partecipare alle elezioni del 2010: il referendum sancisce il divieto di candidarsi alle elezioni per chiunque sia sposato con stranieri (anche se il coniuge è morto da anni) o sia stato condannato per militanza politica, per affiliazione religiosa o stia scontando una pena. Di conseguenza i circa 2.000 dissidenti imprigionati non possono partecipare in nessun modo alla formazione di uno stato democratico e di diritto. Secondo le dichiarazioni di Brad Adams, direttore di Human Rights Watch per l'Asia, la giunta del Myanmar, al di là delle dichiarazioni formali, non vuole veramente instaurare uno stato di diritto ma intende mantenere il controllo militare sulla popolazione.

Il 7 novembre 2010 si svolgono elezioni farsa (il generale Than Shwe aveva affermato che i partiti avrebbero dovuto astenersi da qualsiasi attività in grado di destabilizzare gli interessi dello stato): il partito di Aung San Suu Kyi si astiene. Il governo fonda il partito di Unione di Solidarietà e Sviluppo (USDP) che detiene la maggioranza e, benchè i risultati siano condannati dalla comunità internazionale, ottiene il sostegno di Cina, India e delle nazioni dell'ASEAN.

Immediatamente dopo le elezioni si riaprono gli scontri lungo il confine thailandese tra il Tatmadaw (l'esercito) e la DKBA (Armata Buddhista Democratica Karen) che tutt'ora continuano a spargere sangue. Circa 10.000 rifugiati fuggono oltre il confine, rispediti indietro dall'esercito thailandese: ne consegue un continuo stato di tensione fra i due paesi, oltre il rischio di una vera e propria guerra civile.

Il 13 novembre Aung San Suu Kyi viene liberata dagli arresti domiciliari, ma c'è il sospetto che possa essere solo un gesto simbolico da parte della giunta per allentare le pressioni internazionali e per allontanare le critiche dalle irregolarità elettorali. Il futuro della leader democratica resta precario e il regime potrebbe negarle in ogni momento la libertà.

Intanto la giunta continua nella sistematica violazione dei diritti umani verso il popolo di Myanmar (omicidi, reclutamento di soldati bambino, deportazioni e lavoro forzati, tortura e stupri): la democrazia è ancora lontana.

 

Siti utili:

Online Burma/Myanmar Library http://www.burmalibrary.org/ Biblioteca virtuale che raccoglie e indicizza documenti e testi sul Myanmar disponibili in rete.

Daw Aung San Suu Kyi's pages http://www.dassk.org/  Notizie, aggiornamenti, articoli e video sulle attività di Aung San Suu Kyi e sulla situazione del Myanmar.

Human Rights Watch http://www.hrw.org/en/home  L'associazione si occupa di monitorare, esporre e difendere i diritti umani nel mondo.

The WIP Internet news service http://thewip.net/  Notizie, aggiornamenti, attualità, commenti e documenti sulla situazione delle donne nel mondo e sulle questioni e discriminazioni di genere, da una prospittiva femminile. Gli interventi sulla situazione del Myanmar sono disponibili all'url http://thewip.net/mte/mt-search.cgi?search=burma&Submit.x=0&Submit.y=0&Submit=Submit

The Irrawaddy http://www.irrawaddy.org/  Testata giornalistica fondata da esuli birmani in Thailandia  

Quando la pace è donna: le idee, i libri, le battaglie di Aung San Suu Kyi. Dossier a cura del Centro Cabral

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